Rompere l’inerzia per garantire sostenibilità sociale e competitività economica: dalla VIG al Bilancio Intergenerazionale, il VII Rapporto dell’Osservatorio Politiche Giovanili della Fondazione RiES sottolinea la necessità di intervenire con un quadro normativo organico che affronti l’emergenza giovanile nel nostro Paese
Emergenza generazionale
A dieci anni esatti dal primo studio volto a quantificare il divario generazionale nel nostro Paese, il 28 maggio 2026 in LUISS verrà presentato il VII Rapporto 2025 a cura dell’Osservatorio Politiche Giovanili della Fondazione RiES dal titolo “Il divario generazionale. Nuove generazioni, vecchi squilibri: rompere l’inerzia”. La tavola rotonda in cui verranno discusse le principali risultanze emerse vedrà la partecipazione di una serie di figure apicali di istituzioni rappresentanti il mondo giovanile e di esperti a livello nazionale ed europeo, con l’obiettivo di rafforzare la rete tra i vari attori di riferimento e attenzionare al mondo della politica un tema – quello dell’emergenza generazionale – che sta diventando un problema di sostenibilità sociale integrata, da affrontare non solo attraverso la crescita economica, ma anche mediante una redistribuzione equa delle opportunità e delle risorse tra le generazioni.
L’Italia si trova oggi di fronte a una “persistente emergenza generazionale”: una condizione in cui le disuguaglianze tra generazioni si ampliano, non solo in termini di reddito e ricchezza, ma anche di aspettative di vita, benessere psicologico e accesso a servizi fondamentali. I giovani italiani continuano a scontare ritardi strutturali nell’ingresso nel mercato del lavoro, nell’accesso all’abitazione e nella possibilità di costruire percorsi familiari e professionali stabili e duraturi. In parallelo, l’invecchiamento demografico accentua la pressione sui sistemi pensionistico e sanitario, riducendo gli spazi di investimento pubblico destinati alle politiche giovanili. L’indice di dipendenza (rapporto tra la popolazione residente in età non attiva sulla popolazione in età lavorativa) in Italia ha raggiunto 57,6 punti (Istat, gennaio 2024), segnalando un rischio crescente di squilibrio intergenerazionale nella distribuzione delle risorse pubbliche già fortemente sbilanciate a favore degli over 65 (numericamente ed elettoralmente sempre più preponderanti). Tale scenario conferma la necessità di passare da una logica di compensazione – che interviene a valle delle disuguaglianze – a una logica di prevenzione e riequilibrio strutturale, capace di incorporare la dimensione generazionale all’interno della programmazione economica, fiscale e sociale del Paese.
L’Indice del Divario Generazionale
Il GDI (Generational Divide Index) 4.0 (la misura del ritardo accumulato da una generazione per raggiungere le principali tappe della vita) nella sua ultima rilevazione) si attesta su 136 punti rispetto alla base 100 del 2006, evidenziando un nuovo peggioramento dopo due anni di lieve miglioramento. Questo andamento conferma come, in assenza di interventi strutturali, il sistema economico e sociale italiano non riesca a ridurre in modo significativo le disuguaglianze intergenerazionali, esponendo le giovani generazioni a costanti rischi rappresentati dall’impatto asimmetrico delle crisi avvicendatesi in questi anni e di quelle future. Analizzando i domini più critici dell’Indice, si evince che questi sono gli stessi delle ultime rilevazioni: in particolare i domini Pensioni, Povertà, Debito pubblico, Parità di genere, Reddito, ricchezza e welfare familiare, Credito e risparmio.
La Valutazione di impatto generazionale (VIG)
Sebbene a livello locale molti Comuni stiano approcciando con grande convinzione lo strumento della VIG o Valutazione di Impatto Generazionale, che consente di stimare l’impatto generazionale ex ante ed ex post delle politiche pubbliche nelle sue dimensioni economica, sociale e ambientale, l’Italia oggi risulta essere ancora in una posizione critica rispetto al tema dell’equità intergenerazionale. Il nostro Paese presenta infatti una delle più alte incidenze di spesa pensionistica e sanitaria in rapporto al Pil, a fronte di una delle più basse quote di spesa pubblica destinata ai giovani. Secondo le stime elaborate in ambito europeo con la metodologia Cofog, in Italia la quota di spesa pubblica per la protezione sociale sul Pil risultava superiore alla media europea e pari al 21,1%, di cui il 13,6% risultava destinata agli “Anziani” (“old age”), mentre a “Famiglia e bambini” è allocato l’1,4%, in un rapporto di quasi 10 a 1. Lo squilibrio riflette un modello redistributivo di tipo “verticale”, che tende a privilegiare le generazioni più mature a scapito di quelle più giovani, perpetuando un ciclo vizioso di stagnazione economica, bassa natalità e precarietà lavorativa. Sebbene recenti studi Ocse pongano l’attenzione sulla necessità di introdurre indicatori di “bilancio generazionale” nelle analisi di sostenibilità fiscale, o analogamente la Commissione europea, nel quadro del Semestre europeo e del Piano d’azione sul Pilastro europeo dei diritti sociali, abbia sollecitato gli Stati membri a integrare l’impatto generazionale nella valutazione delle riforme strutturali, l’Italia si colloca ancora in una fase iniziale di adozione di tali strumenti. Manca tuttora un quadro normativo organico per la misurazione dell’impatto generazionale e per la trasparenza nella distribuzione della spesa pubblica per età. Per questo motivo.
Il Bilancio Intergenerazionale
Il presente Rapporto suggerisce l’introduzione di un sistema di generational accounting nazionale che rappresenti una condizione indispensabile per garantire la sostenibilità del welfare e la credibilità delle politiche fiscali. Un ulteriore passaggio importante verso una maggiore equità intergenerazionale è rappresentato dall’introduzione generalizzata di soglie minime di investimento per le politiche che impattano sul mondo giovanile nei principali programmi pluriennali europei e nazionali, come già accade nel caso del Fondo Sociale Europeo (FSE +), dove la Commissione UE ha stabilito che almeno il 12,5% delle risorse debba essere destinato all’occupazione giovanile.
Il futuro visto dai giovani
Come per le precedenti edizioni, il Rapporto dedica ampio spazio all’analisi delle aspirazioni, dei valori e delle prospettive dei giovani italiani, attraverso un’indagine campionaria che per l’anno scolastico 2024-2025 ha coinvolto un campione statistico di studenti delle scuole secondarie di secondo grado e dei percorsi di formazione professionale. La figura professionale maggiormente prescelta dai giovani è quella di lavoratore autonomo e professionista, con il 33% dei rispondenti, seguita da quella di impiegato in una amministrazione o ente pubblico (27,5%). In crescita la figura dell’imprenditore che con il 22,6% delle scelte ha superato i livelli pre-Covid.
In tema di mobilità, si continuano a registrare dati preoccupanti, atteso che solo uno studente su cinque immagina il proprio futuro professionale nella sua città (in leggero calo rispetto alla precedente rilevazione, dove la percentuale era del 22,75%), mentre il 35,9% prevede addirittura di trasferirsi all’estero (in aumento rispetto alla precedente rilevazione dove la percentuale era del 31%).
Con riferimento invece alle esperienze di volontariato, per la maggioranza dei giovani studenti la motivazione per mettersi in gioco attraverso un loro contributo solidale ha un valore intimo, vissuto non solo come un’opportunità per contribuire altruisticamente al benessere, ma come un percorso di crescita individuale e un’esperienza personale. Il 63,45% dei partecipanti ha inoltre confermato che l’esperienza ha contribuito significativamente a riorientare le proprie scelte professionali, mentre l’influenza risulta ancora più marcata e pervasiva con un 81,5% rispetto alla riorganizzazione delle scelte personali.
Il mismath educativo
Il tema del mismatch educativo – ossia la discrepanza tra le competenze acquisite nei percorsi formativi e quelle richieste dal mercato del lavoro – rappresenta una delle criticità strutturali del sistema italiano e un elemento centrale del divario generazionale. L’analisi condotta in questa sede, riferita al periodo 2018-2022, evidenzia come la transizione scuola-lavoro resti caratterizzata da profonde discontinuità, determinate sia da un’offerta formativa poco aderente ai fabbisogni produttivi sia da una domanda di lavoro frammentata e a bassa qualificazione. Per individuare le determinanti territoriali del mismatch educativo, è stato adottato un modello statistico basato sull’Analisi in componenti principali (Acp), che consente di sintetizzare i principali fattori di variabilità regionale. L’analisi ha consentito di classificare le regioni italiane in quattro profili di performance educativa, con una netta polarizzazione tra le regioni del Nord e del Centro, che presentano livelli più elevati di coerenza formativa rispetto alle regioni meridionali.
Sempre con riferimento al tema educativo, il Rapporto presenta anche una analisi del complesso sistema di interventi che in Italia concorrono alla promozione del diritto allo studio. L’analisi territoriale condotta in questa sede mostra un’Italia che, anche in questo campo, viaggia a più velocità. Le regioni del Nord e del Centro presentano infatti sistemi più strutturati e stabili, grazie alla presenza di agenzie regionali dedicate e a un’efficace sinergia tra università, enti locali e imprese. Per contro, le regioni del Sud, come Campania, Sicilia e Puglia, ricevono i maggiori fondi per l’acquisto di libri o per le borse di studio, seguite da Lazio e Lombardia. Questo riflette la dimensione demografica delle regioni e potrebbe essere anche in parte dovuto a criteri di ripartizione che tengono conto di fattori socioeconomici, come il reddito medio delle famiglie o il numero di studenti beneficiari. Al contrario, regioni più piccole o con un basso numero di studenti, come la Valle d’Aosta, sembrano ricevere risorse estremamente ridotte.
L’atlante delle misure generazionali e potenzialmente in Italia: La Legge di Bilancio
Il Rapporto, inoltre, presenta anche per il 2025 la consueta analisi della Legge di Bilancio attraverso l’atlante delle misure generazionali (rivolte esplicitamente ai giovani) e potenzialmente generazionali (interventi che, pur non avendo target anagrafico specifico, producono effetti significativi sulle nuove generazioni). Tra le misure più rilevanti si registrano Il rafforzamento del Fondo per l’imprenditoria giovanile, con nuovi incentivi per startup e imprese innovative under 35, l’estensione del Bonus affitto giovani, Il potenziamento del Fondo nazionale per il servizio civile universale, L’introduzione di un Fondo di garanzia per la formazione e l’occupazione giovanile e la proroga degli sgravi contributivi per l’assunzione di giovani e donne, misura che contribuisce a sostenere l’occupazione ma con effetti ancora limitati sul lavoro stabile. Nonostante ciò, l’atlante mostra un quadro di luci e ombre. Le politiche giovanili, infatti, seppur aumentate nel numero e nella varietà negli ultimi due anni continuano a soffrire di tre debolezze strutturali: l’assenza di un coordinamento interministeriale, che renda coerenti le politiche di lavoro, formazione, welfare e cittadinanza attiva; la mancanza di una prospettiva intergenerazionale integrata, capace di misurare l’impatto delle decisioni pubbliche sui giovani e sulle generazioni future e la scarsa stabilità finanziaria dei programmi, spesso vincolati a fondi straordinari e non strutturali.
La governance delle politiche giovanili nel mondo
Queste criticità appena evidenziate si ritrovano e si rafforzano comparando l’Italia con altri Paesi UE o extra-UE. Attraverso un’analisi di dieci Paesi, selezionati per rappresentare una pluralità di contesti geografici e istituzionali (Germania, Svezia, Belgio, Francia, Spagna, Polonia, Stati Uniti, India, Brasile e Australia) i risultati mostrano come i Paesi dell’Europa settentrionale, in particolare Svezia e Germania, si caratterizzano per un’elevata integrazione interministeriale e per la presenza di Youth mainstreaming policies, che garantiscono una valutazione sistematica dell’impatto generazionale in ogni fase del ciclo di policy. Nei Paesi extraeuropei, come Stati Uniti e India, le politiche giovanili assumono forme più settoriali, con forte coinvolgimento di attori privati e organizzazioni della società civile. L’Italia, nel confronto, risulta ancora priva di un quadro unitario e strutturato.
Il regime fiscale italiano per gli “Impatriati”
Una sezione del Rapporto è dedicata all’analisi delle politiche di attrazione dei giovani talenti italiani residenti all’estero, con particolare riferimento ai regimi fiscali di favore per i cosiddetti “impatriati”. Il regime vigente prevede una riduzione dell’imponibile Irpef pari al 70% per i lavoratori che trasferiscono la residenza in Italia, elevata al 90% per coloro che si stabiliscono in regioni del Mezzogiorno. Le agevolazioni hanno una durata di cinque anni, estendibile a dieci in presenza di figli minori o acquisto di abitazione principale. L’analisi del Rapporto mostra che, tra il 2019 e il 2023, oltre 22.000 giovani under 40 hanno beneficiato del regime per “impatriati”, con un incremento del 18% rispetto al quinquennio precedente. Tuttavia, la distribuzione territoriale dei benefici resta fortemente concentrata nel Nord e nel Centro Italia, mentre l’impatto nel Mezzogiorno è marginale. Il Rapporto rileva anche che la misura ha favorito principalmente professionisti ad alta qualificazione e dirigenti, risultando meno efficace per giovani ricercatori o lavoratori del terzo settore, spesso esclusi dai requisiti formali o privi di contratti stabili al momento del rientro.
Il VII Rapporto è disponibile su questo sito web e sul sito www.osservatoriopolitichegiovanili.it